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Le Mummie Indoeuropee in Cina

Un antichissimo popolo sconosciuto, un mistero affascinante.


 

 

 

 

Celati nelle sabbie del deserto del Takla Makan, vi sono i resti di un’antica civiltà che è a lungo rimasta sconosciuta al resto dell’umanità. Una civiltà che non si è distinta per ricchezza, potere o valore militare, ma per la sua apparente incongruenza. Vista la posizione geografica, ci si sarebbe aspettati di ritrovare mummie di apparenza etnica asiatica, arabica o, più facilmente, una combinazione delle due. Queste mummie invece non sono né asiatiche né arabiche, ma chiaramente europee, sia nell’aspetto che nell’abbigliamento.

Nel suo famoso Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, pubblicato negli anni cinquanta del secolo scorso, Arthur de Gobineau, descrivendo i flussi migratori dei popoli indoeuropei in Oriente, rileva che "verso l'anno 177 a.C. noi intravediamo numerose nazioni bianche dai capelli biondi o rossi e gli occhi azzurri, acquartierate sulle frontiere occidentali della Cina, cosicché il Celeste Impero possedeva, all'interno delle province del sud, nazioni ariane-indù immigrate all'inizio della sua storia". Di fatto oggi sappiamo che già nel IV secolo a.C. le documentazioni storiche del Celeste Impero parlavano di popoli biondi, dallo spirito guerriero, presenti nelle zone di confine, in quello che oggi si chiama Turkestan cinese o Xinjiang (Cina occidentale). Quell'area, una volta attraversata dalla "leggendaria via della seta", e ormai da tempo diventata in gran parte deserto, risultava allora quasi inaccessibile agli europei. Solo agli inizi di questo secolo vi si avventurarono i primi studiosi, che trovarono molti materiali, ben conservati data l'estrema aridità del clima desertico. Si trattava di testi spesso bilingui, scritti in una lingua allora sconosciuta, che però aveva adottato un alfabeto del Nord dell'India, con accanto la versione sanscrita, il che permise agevolmente di capirla e studiarla. Tale idioma, poi chiamato, forse impropriamente, Tocario, era presente in due forme leggermente differenti, che rivelano "diverse caratteristiche grammaticali che le collegano al gruppo indoeuropeo". Degno di nota è il fatto che le maggiori somiglianze sono riscontrabili con le lingue celtiche e germaniche, piuttosto che con quelle dei vicini Irani o degli altri Arii giunti in Asia. A titolo di esempio compariamo alcune parole fondamentali rispettivamente in latino, antico irlandese e tocario: padre si dice pater, athir e pacer, madre mater, mathir e macer, fratello frater, brathir e procer, sorella soror, siur e ser, cane canis, cu e ku4. Come curiosità riportiamo un'altra corrispondenza: il numerale tre si dice tres in latino, tri in antico irlandese e tre (!) in tocario. Oggi si tende a pensare che tali lingue venivano parlate dai Yüeh-chi (o Yü-chi), il popolo citato negli antichi annali, che ebbe contatti prolungati con il mondo cinese.

Quando Sir Aurel Stein scoprì il primo gruppo di mummie nei pressi della città di Loulan nel 1906, queste erano abbigliate con capi in lana, e portavano copricapi in feltro elegantemente ornati di piume. Dopo esami più approfonditi, fu scoperto che le caratteristiche facciali e corporee di queste mummie erano chiaramente europee.

Le mummie sono state rinvenute sparse lungo la valle del fiume Tarim, che taglia in due l’ampio deserto, ma il gruppo più antico è stato trovato nei pressi delle città di Cherchen, dove le mummie datano sino al 1000 a.c., e di Loulan, dove datano sino al 2000 a.c. Nell'oasi di Turfan, situata nel Turkestan cinese dove vivevano i Tocari, si possono vedere ancora affreschi in cui questo popolo viene raffigurato con tratti nettamente nordeuropei e con i capelli biondi. E' una riconferma della attendibilità degli annali del Celeste Impero.

I corpi meglio preservati sono quelli che furono sepolti nel deserto sabbioso in periodo invernale, in bare con il fondo aperto che hanno permesso alla sabbia fredda e salina del deserto del Takla Makan di asciugarli rapidamente. Alcune delle mummie erano avvolte in splendidi teli di lana e di seta che sembrano quasi appena tessuti.

Nel 1987 Victor Mair, un sinologo della università della Pennsylvania, durante la visita nel museo della città di Ürümqui, capitale della regione autonoma del Xinjiang, vide qualcosa che gli provocò uno shock. Si trattava dei corpi mummificati, per cause naturali, di una famiglia: un uomo, una donna e un bambino di due-tre anni. Erano stati rinvenuti nel 1978, nella depressione di Tarim, a sud del Tian Shan (le Montagne Celesti), in particolare nel deserto del Taklimakan. Mair dichiarò poi: "Ancora oggi sento i brividi pensando a quel primo incontro. I cinesi mi dissero che quei corpi avevano 3.000 anni, ma sembravano essere stati sepolti ieri". Ma il vero shock venne quando lo studioso guardò da vicino i loro volti. In acuto contrasto con le popolazioni asiatiche, di stirpe cino-mongolica, questi corpi mummificati presentavano degli evidentissimi caratteri somatici di tipo europeo, addirittura nordeuropeo. Infatti Mair notò i loro capelli, ondulati, biondi o rossicci, i nasi lunghi e stretti, l'assenza di occhi a mandorla, le ossa lunghe (la loro struttura longilinea contrastava con quella tarchiata delle popolazioni gialle). Lo stesso colore della pelle, mantenutosi incredibilmente quasi intatto nei millenni, gli appariva quello tipico di una popolazione bianca. L'uomo presentava un fitta barba, carattere del tutto assente tra le popolazioni gialle.

Le "mummie" (sarebbe più corretto dire: corpi disidratati dal clima fortemente secco e preservati dall’alta percentuale di sali del terreno che hanno impedito la crescita batterica) costituivano gli esempi rappresentativi di una serie di poco più di un centinaio di individui che i cinesi avevano dissotterrato nelle zone circostanti. Dalle datazioni con il radiocarbonio10, eseguite negli anni precedenti dai ricercatori locali, era risultato che questi corpi avevano un’età compresa tra i 4000 e i 2300 anni. Quindi ciò induce a pensare che la popolazione di cui erano parte visse e prosperò a lungo in quelle zone, la cui natura nel lontano passato doveva essere più ospitale (sono stati trovati numerosi tronchi secchi di alberi).

 

Anche il corredo funebre e il vestiario è interessante. Ad esempio la presenza di simboli solari, come spirali e svastiche, raffigurate nei finimenti dei cavalli collegano ancora una volta, sotto il profilo culturale, queste genti con gli antichi Arii. Il materiale usato per i vestiti è la lana, che fu introdotta in Oriente dall'Occidente. Il "popolo delle mummie" conosceva bene l'arte della tessitura: non solo perché sono state trovate molte ruote da telaio, ma anche perché le stoffe rinvenute hanno un’eccellente fattura. Gli articoli di vestiario nella maggior parte dei casi dimostrano stretti rapporti con le culture indoeuropee occidentali, includono giacconi ornati e foderati con pelliccia e pantaloni lunghi.

Più rilevante è il ritrovamento, in una tomba, di un frammento di tessuto incredibilmente identico ai "tartans" celtici trovati in Danimarca e nell'area della cultura di Hallstatt in Austria, sviluppatasi oltre la metà del II millennio a.C., quindi in parte contemporanea alla popolazione "bianca" del Xinjiang. Se si ipotizza che costoro furono i progenitori dei cosiddetti Tocari (o furono i Tocari stessi), questo dato si accorda bene con quanto detto in precedenza circa le similitudini tra la lingua celtica e quella degli Indoeuropei del Turkestan cinese: i due dati si rinforzano a vicenda.

Un’ulteriore nota di interesse deriva da un copricapo a punta, con larghe falde, definito scherzosamente "cappello della strega", indossato da una mummia di sesso femminile, risalente a circa 4000 anni fa: è molto simile a certi copricapi usati dagli Sciti, popolo ario di guerrieri della steppa, ma si possono trovare anche raffronti nella cultura iranica (si pensi ai cappelli dei Magi). Erano agricoltori, come dimostra la presenza di sementi nelle borse e avevano rapporti con popolazioni che vivevano sul mare, dato che sono state trovate numerose conchiglie di molluschi marini.

L'archeologia genetica risulta utile per creare un collegamento, a livello molecolare, tra l'antropologia fisica e la genetica delle popolazioni, e tramite queste tecniche innovative è stato possibile ottenere dati ancora più sofisticati, per chiarire ulteriormente le origini di questo popolo misterioso.

I primi test, eseguiti dal ricercatore italiano Paolo Francalacci dell'Univerità di Sassari, hanno ulteriormente confermato l'appartenenza degli individui analizzati alle popolazioni del ceppo indoeuropeo, in quanto il DNA mitocondriale, estratto e tipizzato, è risultato appartenente ad un aplogruppo frequente in Europa (apl. H) e praticamente assente nelle popolazioni mongoliche. Purtroppo le autorità di Pechino hanno permesso di analizzare solo pochi campioni per cui rimane ancora molto da studiare, ammesso che ciò sarà possibile in futuro.

Naturalmente tutto ciò non toglie originalità alla grande cultura del Celeste Impero, ma evidenzia alcuni aspetti fondamentali della sua genesi e del suo sviluppo, riconoscendo il giusto ruolo giocato dagli antichi migratori provenienti dall'Europa.

 

Immagini tratte dalla rivista "Discover" 15-04-1994

Parte dei dati estratti da un articolo di Giovanni Monastra su

www.estovest.net -  1998

RIcerca ed elaborazione di Maurizia Vaglio

Pubblicato su Vento tra le Fronde Anno 2 N°4