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ALLA RICERCA DEI BARDI...

 


I druidi costituivano certamente il livello più elevato all’interno della scala gerarchica celtica e al di là della miticizzazione dei secoli successivi, erano uno dei punti fermi nella tradizione giuridico-religiosa delle genti galliche.

Le altre categorie, vati e bardi in particolare, volgevano ruoli di diverso tipo, in cui il rapporto con la religione era più sfumato, quando addirittura non era assente.

Anche se con notevole approssimazione e in forma molto generica, Strabone chiariva: “ I loro bardi sono cantori e poeti. I vati sono sacrificatori e interpreti della natura, i druidi oltre alle scienze della natura studiano la filosofia morale” (Geografia, IV,2,4).

Queste tre classi costituivano quindi la struttura portante all’interno della classificazione attuata per suddividere chiaramente tre categorie che, in modo diverso, potevano entrare in contatto con gli aspetti spirituali dell’esistenza.

In particolare sono evidenti collegamenti tra i vati e i druidi, però, mentre i primi sembrerebbero più inclini ad attività attinenti alla magia e alla divinazione, i secondi erano invece maggiormente inclini alla speculazione teorica, mantenendo saldo il loro legame con le generiche “scienze dalla natura”, a cui è difficile dare un senso preciso.

Proviamo a cercare di conoscere un po’ meglio la categoria del bardi.

Abbiamo visto che Strabone identificava i bardi come “cantori e poeti”, quindi li poneva all’interno di una categoria importante nella cultura celtica, dove la trasmissione delle conoscenze era orale. Ne consegue che questi personaggi svolgevano un ruolo senza dubbio fondamentale nella conservazione della memoria collettiva.

L’immagine ricorrente fa del bardo un cantore di gesta storiche e leggendarie, di inni religiosi e genealogie, narrate quasi sempre al suono di uno strumento musicale, in genere un’arpa.

Comunque non è giunta a noi alcuna composizione di un bardo che fosse attivo nella grande epopea celtica.

Le testimonianze attribuite ai bardi vanno ascritte ad un periodo molto recente e sono frutto di interpretazioni ricostruite spesso su base mitica e con finalità prevalentemente letterarie.

A detta dei filologi, è ammissibile l’esistenza del termine celtico bardos, ellenizzato e latinizzato in bards, da cui il francese barde e tutta una serie di parole corrispondenti in numerose lingue europee (bardos in gallico, bard in Irlanda, bardd in Galles, barzh in Bretagna e barth in Cornovaglia).

“Inversamente a quanto accade al nome dei druidi, il nome che designa il bardo non è attestato in Cesare, ma se ne rintraccia l’uso antroponimico in alcune iscrizioni di età romana, tutte site fuori della Gallia o della Gran Bretagna” (F. Le Roux – C. J. Guyonvarc’h, I drudi, Genova 1990, pagg. 565-566).

Tra le forme composte Bardomagus, toponimo che significherebbe “campo del bardo, a meno che non si debba interpretare Bardo come un antroponimo. Il nome di luogo è attestato, nei pressi di Milano, in due iscrizioni” (F. Le Roux – C. J. Guyonvarc’h, I drudi, Genova 1990, pag. 562).

Indicativamente Tacito fa riferimento al barditum, una sorta di canto rituale posto in relazione al bardo celtico: “Possiedono anche altri canti: modulandoli in un modo che chiamano bardito, accendono gli animi e dallo stesso canto traggono auspici sulla battaglia che stanno per affrontare: da come le loro schiere hanno eseguito il canto incutono terrore o lo provano a loro volta. E infatti quel clamore non sembra solo una emissione di voci, ma il concento del coraggio. Si cerca in questo modo di ottenere un suono aspro e un borbottio intermittente; vengono messi davanti alla bocca gli scudi che diventano una cassa di risonanza in grado di amplificare la voce rendendola più forte e più cupa” (La Germania, III).

Il legame barditum/bardo convince comunque poco sul piano filologico, anche perché questo termine non risulta documentato in Gallia.

Diodoro Siculo offre dei bardi un’immagine forse eccessivamente classicheggiante a cui è difficile assegnare una fisionomia precisa: “sono poeti lirici (…) costoro accompagnano con strumenti simili alla lira, i loro canti, sia inni sia satire” (Biblioteca V,31).

In questo caso abbiamo qualche ulteriore indicazione rispetto a quanto specificato da Strabone che, come abbiamo visto, si limitava genericamente a sottolineare che si trattava di “cantori e poeti”.

Sulla stessa linea di Diodoro, è Timogene che sottolineava il ruolo dei bardi nel comporre versi eroici sulle gesta dei prodi (in Ammiano Marcellino XV,9).

Si racconta che la professione dei bardi fosse ereditaria e basata su un complesso sistema gerarchico: pare che esistessero varie categorie di bardi, ognuna incaricata di dedicarsi ad uno specifico ambito. Si riunivano periodicamente in un’assemblea (eisteddfod), dove oltre allo svolgersi delle gare poetiche si fissavano le norme metriche che ognuno doveva rispettare (da queste norme deriverebbe il complicatissimo cynghanedd costituente la caratteristica più originale della letteratura gallese).

Il quadro generale tende a fornire un’immagine abbastanza stereotipata e comunque definita, decisamente meno problematica di quella del druido e in parte del vate. Nella sostanza il bardo era il cantore delle glorie collettive, qualcosa di molto simile all’aedo classico.

Potremmo ipotizzare di porre i bardi al livello più basso della scala gerarchica che vede i druidi all’apice.

Stranamente Giulio Cesare non ha fatto alcun riferimento ai bardi, determinando effettivamente non pochi dubbi negli interpreti che si sono accostati al De Bello gallico.

Riferendosi a Diodoro Siculo, Callegari narra che “al suono toccante delle loro lire, s’assopivano le passioni più selvagge, come le bestie feroci agli incanti del mago; ch’essi potevano trattenere con la loro voce due eserciti pronti a sgozzarsi o sospendere la pugna (...) L’istrumento ch’essi adoperavano, per accompagnare i loro canti, era la rotta o chrotta (crowd), che assomigliava alla lira dei Greci” (G.V. Callegari, Il druidismo nell’antica Gallia,  Padova 1904, pag. 27).

In queste poche parole vi è tutto lo zelo interpretativo caratterizzante gli storici dell’inizio del XX secolo, determinati a relazionare le culture e ad individuare elementi comuni nelle singole esperienze di popolazioni anche molto diverse tra loro.

Tra gli studiosi si è diffusa l’ipotesi, ragionevolmente sostenibile, che la categoria dei bardi sia sopravvissuta a quella dei druidi, scomparsa nel I secolo d.C. Per quanto tempo ancora i bardi ebbero modo di sopravvivere al loro mito, non è dato di saperlo, senza dubbio può non essere eccessivamente anacronistico pensare ad una loro trasformazione all’interno di nuove categorie della cultura altomedievale cristiana.

Le tradizioni  dei bardi cominciarono a decadere con la conquista inglese del XIV secolo,  anche se la concezione preromantica del poeta-profeta, che si accentuò a partire dalla metà del XVIII secolo, diede nuova vitalità alla loro immagine con l’ode The Bard di T. Gray. Come è noto fu però J. Macpherson ad esaltarne il ruolo con i suoi Canti del ciclo di Ossian.

Massimo Centini

Vento Tra le Fronde n°2 Anno 2